
California è una qualità dell'aria. Il nitore e la surreale chiarezza di ogni colore e dettaglio. È come se un temporale fosse appena scoppiato e avesse ripulito l'aria dalla polvere e foschia. E un posto dove anche i sogni e i piani più audaci diventano realtà mentre il futuro implode nel presente. La California è dove l'esistenza reale si mescola al mito e al virtuale, e l'immaginazione è una forza presente e tangibile, non meno che il pane sulla tavola o i soldi in tasca.
California è l'estremo della leva, la cui base sta da qualche parte in Europa, per sollevare il mondo.
California sono ovviamente le autostrade bollenti sotto il sole,
che ti corre tra le braccia men scorre veloce sotto alle ruote della
motocicletta. Aria come sul deserto, trasparente e secca. Le
colline come dorsi di enormi erbivori pascenti. Laghi di acqua blu,
vita e ricchezza. Vento che porta l'odore del ventre dell'Oceano, dove
rare navi si avventurano e arrivano. Oceano non conquistato e
barriera ultima di quell'Ovest creduto illimitato. California
è la solitudine delle foreste e le valli, dove l'uomo è
ancora una novità. Per chi è cresciuto in Europa, dove
ogni zolla di terra è addomesticata dalla nostra presenza da
millenni, questa terra mette un po' soggezione, e ci si sente quasi
come se questa terra orgogliosa ti guarda per prenderti le misure,
come un mustang non domo, pronto a disarcionarti se non ti guadagni il
suo rispetto.
California
sono anche i villaggi fuori mano, la sorprendente desolazione delle strade
polverose e delle fattorie di legno, perse in mezzo alla vallata nel sole
e nel vento, dove stanche automobili arrugginite attendono ai bordi di strade
quasi sempre vuote. Soprattutto queste strade che attraversano chilometri
e chilometri di erba, brughiera, foreste, coste, e solo qualche fattoria,
e qualche sparuto villaggio, e a volte neanche quello a ricordare che questa
benedetta strada qualcuno l'ha pure fatta.
Quello che ti frega è l'aria che tutte le costruzioni hanno di essere
state messe lì giusto per un paio d'anni e poi si vedrà, che
tutto sommato qui ci siamo appena arrivati e possiamo sempre spostarci. Anche
nelle città, al di fuori del centro dove i palazzi e i grattacieli
salgono al cielo, le strade sono affiancate di case basse, di legno, che
ti viene voglia di girarci dietro per controllare che non siano finte, tipo
set cinematografico.
E forse questa
solitudine non è estranea a tutte queste persone che da tutti
gli angoli del globo raggiungo questo lembo di terra. "Ho visto le
menti migliori della mia generazione" scriveva Ginzberg a un pugno di
miglia da qui soltanto quarant'anni fa, e potrebbe scriverlo di nuovo
se vivesse qui. Da un garage in giardino, dai soldi di una
calcolatrice e un camioncino volkswagen, nascono i sogni della nostra
generazione, del potere dirompente della tecnologia che tutto cambia,
e che tutto risolve. La convinzione che volontà e conoscenza
possono veramente plasmare la realtà, un laico "in principio
era il verbo" sostenuto da scienza e dollari.
Come una nuova religione universale, dove non importa da dove vieni e chi sei, basta che ci credi. Una rivoluzione appena accaduta e che ancora si svolge, i cui eroi ancora camminano tra noi e li incontri alle conferenze e nei laboratori. I luoghi sacri di questa saga intorno a noi: i quartieri generali della Apple, il garage di Hewlett e Packard, Stanford e Berkeley, Xerox PARC, un po' imbarazzanti nella loro concretezza. In questi fast-food, in questi supermercati, qualcuno sta già pensando alla prossima rivoluzione, o sta fondando una nuova startup.
Venire qui è soprattutto per sentirsi parte di tutto questo, l'emozione di sentire il mondo cambiarti attorno, e di dimostrare che c'è ancora qualcosa da fare, ancora un modo di fabbricare "biciclette per la mente". E una sirena che chiama la notte tardi, quando un idea ti sorprende a letto, e accendi il portatile, e alla luce fioca della lampada sul comodino costruisci poemi di bit, magnifiche macchine del pensiero per imbrigliare idee.